Come promesso ecco la seconda parte dell'articolo di Alessandro.
salvatoresdb
Cos’è l’eutanasia?
Le riflessioni sulla vita e sulla morte riguardano indiscriminatamente tutti gli uomini, e nessuno può pensare di eludere la domanda di senso che emerge con sempre maggiore forza. In un mondo vinto dalla materialità e dalle logiche del possesso, l’uomo non sa più ritrovarsi ed il problema del senso della propria esistenza diventa il dilemma principale. La morte riguarda tutti noi ed è un tema che mal si presta a mistificazioni, falsità e nascondimenti.
Morire, dunque. Ma morire come? È insignificante morire di morte naturale o di eutanasia? Ancor prima di accettare o rifiutare la possibilità della “dolce morte” dovremmo chiederci: se attraverso la nostra azione noi determiniamo la morte di una persona, quali sono le caratteristiche o le proprietà che permettono ad un ente d’esser definito Persona? Cioè, che significa far morire una Persona?
I Padri della Chiesa elaborarono la nozione di Persona con il precipuo scopo di risolvere tematiche teologiche, cristologiche e trinitarie. Inoltre, la sottolineatura delle caratteristiche spirituali della natura umana ha permesso, alla cultura cattolica, di giungere alla definizione di una concezione dell’uomo intesa come immagine e somiglianza di Dio. La Persona va rispettata, quindi, nella sua interezza, dal principio (il concepimento) sino alla fine (la morte naturale) e non, esclusivamente, per i suoi aspetti sensibili (carnali).
L’eutanasia è, oggi, un fenomeno allarmante che impone una riflessione. Rilevante, a tal proposito, è stato il caso di Terry Schiavo, disabile statunitense di 41 anni, condannata ad una morte indecorosa, dalla Corte Federale d’Appello della Florida, il 18 marzo 2005. Altro che dolce morte, questo è un caso di ferocia inaudita. La Schiavo è morta, affamata e disidratata, il 31 marzo, dopo tredici giorni di agonia, dovuta alle convulsioni ed agli atroci dolori. È inopportuno il discorso di chi, per tacitarsi la coscienza, vede nell’eutanasia l’estrema ratio; d’altronde, che razionalità può esservi nel dare (o darsi) la morte? L’eutanasia è inammissibile anche se la diagnosi - di una Persona, non dimentichiamolo mai - parla di coma o stato vegetativo. Chi decide, infatti, quando, come e perché un uomo debba essere “messo a morte”?
Nel caso specifico di Terry Schiavo non si trattava neppure di incoscienza; ciò a dispetto di quanto veniva ingiustificatamente ripetuto dai mezzi di informazione. Se la paziente fosse stata davvero in uno stato di incoscienza, non si capisce, a tutt’oggi, il perché della somministrazione quotidiana di morfina sommata agli analgesici. Se la donna era incosciente, non avrebbe dovuto avvertire dolore. Se avvertiva dolore, come si evince dal trattamento farmacologico a cui è stata sottoposta, significa che non era incosciente; pertanto si tratta ancora una volta di un abominevole caso d’omicidio. L’hanno uccisa perché era una disabile incapace di nutrirsi ed il suo aspetto non corrispondeva più ai canoni di “sana e robusta costituzione” fisica della moderna società (cfr. Radici Cristiane, AnnoI – n. 4).
La signora Schiavo sarebbe tranquillamente sopravvissuta se solo si fosse continuato ad alimentarla. Non si può, infatti, pensare che solo chi riesce ad alimentarsi autonomamente abbia il diritto di vivere. Un bambino di un anno che non è in grado di alimentarsi da solo può essere lasciato morire di fame? E se ci trovassimo di fronte ad un caso di encefalogramma piatto? Chi decide se la spina deve essere staccata, o meno? Il medico? La famiglia? C’è chi si trincera dietro all’affermazione: “Il paziente avrebbe voluto così”. Ed anche se fosse? Credete sia legittimo legalizzare il suicidio? Scriveva Chesterton: “Per me il suicidio non è soltanto un peccato, è il peccato; è il male supremo ed assoluto, il rifiuto di prendere interesse all’esistenza, di prestare il giuramento di fedeltà alla vita. L’uomo che uccide un uomo, uccide un uomo; l’uomo che uccide se stesso uccide tutti gli uomini: per quanto lo riguarda distrugge il mondo”.
E in ogni caso, ammettendo anche che la pratica eutanasica sia stata vagliata ed accettata precedentemente da un individuo attualmente in stato comatoso, può esser preso in considerazione un ragionamento compiuto in un momento in cui il pensiero di vedersi immobile, in stato vegetativo su di un letto, era molto remoto? E se questo ragionamento fosse stato eseguito con eccessiva superficialità? Ed ancora più profondamente, chi può decidere di togliere la vita ad un altro uomo?
C’è modo e modo di morire: c’è chi muore per amore della vita, come l’eroe o il martire, e chi muore nella disperazione a dispetto di Dio e della sua misericordiosa bontà. In questo secondo caso non c’è nulla di bello o di dolce nel morire, ma v’è solo lo sconforto di chi non sa più ritrovarsi nella bellezza della vita vissuta nelle sue molteplici sfaccettature.
Nel luglio del 1974, il The Humanist pubblicava il primo Manifesto sull'Eutanasia. “È immorale – si affermava - tollerare, accettare o imporre la sofferenza. Crediamo nel valore e nella dignità dell'individuo; ciò implica che lo si tratti con rispetto e lo si lasci libero di decidere ragionevolmente della propria sorte […]. In altri termini bisogna fornire il mezzo di morire «dolcemente, facilmente» a quanti sono afflitti da un male incurabile o da lesioni irrimediabili, giunti all'ultimo stadio. Non può esservi eutanasia umanitaria all'infuori di quella che provoca una morte rapida e indolore ed è considerata come un beneficio dell'interessato. È crudele e barbaro esigere che una persona sia mantenuta in vita contro il suo volere e che le si rifiuti l'auspicata liberazione quando ha perduto qualsiasi dignità, bellezza, significato, prospettiva di avvenire. La sofferenza inutile è un male che dovrebbe essere evitato nelle società civilizzate […]. Ogni individuo ha il diritto di vivere con dignità, ha anche il diritto di morire con dignità”.
Questo breve testo permette di introdurci all’interno delle pieghe del pensiero “nullista” pro-eutanasia, che confonde, a mio avviso, il libero arbitrio con l’albagia di chi ritiene la vita un oggetto manipolabile a proprio piacimento. La base ideologica della dolce morte, come si evince dalla lettura delle tesi espresse nel suddetto Manifesto, è infarcita di un’adulterata umanità innestata nel tronco nichilista della modernità, che tende a considerare la dolce morte come un fine al quale il progresso tecnico-scientifico non può sottrarsi. Una tale visione spezza definitivamente il legame profondo che vi era tra la scienza medica e l’uomo; difatti, da che mondo è mondo, la medicina ha fornito cure sempre migliori al malato e non ha mai tentato di sopprimerlo. In questo caso, invece, si chiede alla medicina di mutare orizzonte: il progresso scientifico non è più ricondotto all’uomo, ma è contro l’uomo. La medicina non ha più come unico obiettivo la cura, ma l’eliminazione sistematica dei sofferenti. È del tutto evidente che un tale cambiamento non possa lasciare indifferenti non solo i pazienti, ma gli stessi operatori sanitari.
Constatato il cambiamento di paradigma del progresso scientifico, la tecnologia biomedica è ormai il principale oggetto della riflessione bioetica; il progresso delle tecniche terapeutiche ha prodotto situazioni moralmente dilemmatiche che impongono un’accorta riflessione. Attualmente, gli interventi di rianimazione consentono di strappare alla morte chi un tempo sarebbe stato irrimediabilmente perduto; difatti, tali tecnologie permettono di mantenere in vita, attraverso l’idratazione e l’alimentazione artificiali, pazienti in coma o addirittura in stato vegetativo persistente. Da un punto di vista medico potremmo considerare come un bene per il paziente tutto quanto è nel potere della scienza fare, ma la scienza stessa dovrebbe, ad un certo punto, riflettere attentamente su che cosa sia non solo bene, ma legittimo fare. Proprio in questo contesto, il confine tra la legittima difesa della vita e l’accanimento terapeutico si assottiglia sempre più, sicché l’impegno culturale e scientifico, attorno a queste tematiche, richiede un costante sforzo di approfondimento.
Dinanzi alle infinite possibilità tecniche, che il progresso ci pone davanti, dovremmo chiederci: quali e quante cure fornire al paziente? Qual è il limite della medicina? Qual è l’anello di congiunzione tra il progresso ed il rispetto della dignità umana? Va da sé che il diritto ad una morte degna esiga l’abbandono dell’accanimento terapeutico; è, pertanto, del tutto legittima la richiesta di essere lasciati morire in pace, senza il ricorso a trattamenti sproporzionati, giacché privi di efficacia reale. Va ancor più tenuto in conto, però, che il rifiuto di ricorrere all’accanimento terapeutico non può essere identificato con l’eutanasia, bensì è indice di una scelta di serena rassegnazione dell’uomo prossimo alla morte. Con il termine eutanasia s’intende, invece, l’omicidio-suicidio subito da un paziente, in virtù di una non meglio identificata “pietà” umana. L’atto eutanasico, sia chiaro, non consiste nel rifiuto a sottoporsi ad un protocollo medico inefficace, ma è un atteggiamento di ricerca volontaria della morte come unica soluzione praticabile in uno stato di sofferenza. Curare non può essere sinonimo di eliminare. E curare vuol dire fornire una reale possibilità di guarigione; se la malattia, sventuratamente, dovesse prendere il sopravvento, sarebbe del tutto logico evitare al paziente inutili sofferenze, che precluderebbero una preparazione cosciente della morte. Ma, come già detto, non si può parlare di eutanasia: un’eventuale rinuncia ad una terapia inadeguata non può essere equiparata al suicidio del paziente o all’omicidio del medico curante; è, al contrario, la chiara volontà di non imporre oneri eccessivi ad uno sventurato con un quadro clinico già compromesso.
alessandropertosa
0 commenti (clicca qui e scrivi/vedi i commenti):
Posta un commento