Ho chiesto ad un amico, Alessandro Pertosa, di buttare giù un articolo per aiutarci a comprendere la questione eutanasia da più puti di vista... ne è venuta fuori una slendida produzione (filosofis, storia, medicina, magistero della chiesa) di una 15 di pagine che publicheremo in questa sezione del blog gradualmente.
Per i "cauti" sarà interessante sapere che Alessandro collabora con varie associazioni sul tema «bioetica» e ha pubblicato un libro sul tema.
Ha acquisito le sue competenze laureandosi in Farmacia, Filosofia (attualmente ha vinto un dottorato di ricerca) e studiando attualmente Teologia.
Ma soprattutto uno che cerca di essere un bravo cristiano: sapete, di quelli che pensano dall'interno della loro esperienza di fede avendo compreso che non contraddice la ragione ma che lo scavo da compiere è più profondo.
Cari "cauti" credo che le sue credenziali possano bastare (per me sono inutili!!!) comunque non "cauterizzatevi" il cervello, il pensiero, la vita!
salvatoresdb
Prime riflessioni: una goccia di vita
venuta dal Mistero.
Davvero non finiremo mai di stupirci d’una vita umana, d’una goccia d’esistenza che sgorga dalla profondità insondabile del mistero e che ci costringe a riflettere su di essa. Una vita è un pozzo senza fondo, è l’essere che pone le sue radici nella profondità dell’infinito, al di là d’ogni umana comprensione. Nonostante i dubbi, le ansie e le domande inevitabili, ciò che appare più evidente risulta essere anche l’elemento più enigmatico: quello del nostro esserci, del nostro esser-qui. Se possiamo dire: “Io esisto”, lo dobbiamo proprio a questo esserci. Ed il nostro esserci è un modo d’essere unico, irripetibile, insostituibile. L’io è il mio io e di nessun’altro. È altrettanto interessante chiedersi perché esiste quell’individuo umano che sono io. Perché i miei genitori hanno messo al mondo un bambino, quale sono stato, e non un qualsiasi altro? Domanda alla quale non è per nulla semplice fornire una risposta se non si ricorre ad un’Intelligenza infinita. Ed il conforto speculativo ci viene fornito proprio dalla fede. I miei genitori, dopo essersi sposati, decisero di mettere al mondo un bambino. Non avrebbero potuto volere me, ma potevano desiderare esclusivamente un figlio. Il fatto che sia nato io, e non un qualsiasi altro bambino, non è un caso; non può essere un caso. Se fosse stato il caso, infatti, dovremmo ammettere che il mio esserci è del tutto fortuito. Ci sono, ma avrei anche potuto non esser-qui. Un tale discorso nasconde un’assurdità di fondo. Che senso ha riflettere sulla possibilità della mia non esistenza se esisto in carne ed ossa? Il fatto è che ci sono; chiedersi se avrei anche potuto non esserci è un assurdo.
Ecco perché sono assolutamente convinto che all’origine di ognuno non vi sia il caso, ma un’Intelligenza regolatrice che conosce tutti. Questa Intelligenza decise che su mille e mille possibilità, io dovessi essere il figlio dei miei genitori. Pertanto, nessuno di noi esiste per caso o necessariamente; nessuno di noi è così perché geneticamente non sarebbe potuto essere in altro modo; ciascuno di noi è stato voluto e scelto da un’Intelligenza infinita che osiamo chiamare Dio. Di questa Intelligenza possiamo azzardare anche un attributo: Dio è Bontà infinita, giacché crea senza richieste o necessità.
Certo, non è un grandissimo passo in avanti. Si potrebbe obiettare che tante parole non servono a nulla, difatti, io non ho dimostrato alcunché. Penso, però, che solo in tal modo sia possibile salvare la libertà umana; perché se l’uomo non fosse che il banale intrecciarsi di geni, sarebbe nient’altro che un prodotto biologico necessitato. In fin dei conti, tutti noi saremmo così come siamo perché il nostro codice genetico non poteva produrre nulla di diverso: in tal modo, come potremmo dire: “io agisco, io scelgo, io desidero?”. Noi non potremmo, così, comprendere la nostra libertà se affermassimo che la nostra origine è spiegabile e biologica; se l’uomo è solo razionalità, derivata da una combinazione biologica, allora non può essere libero. E che sia libero lo dimostra la mia possibilità di decisione che, seppur inscritta in un orizzonte sub conditione, è sempre presente e del tutto attiva. Posso decidere di compiere il bene o il male, di uccidere o accarezzare, di dormire o di vegliare ed in ognuna di queste azioni sono libero di scegliere ciò che al momento considero più opportuno.
La libertà è la diretta conseguenza dell’infinita potenza dell’Intelligenza creatrice. Per dirla con Mons. Caffarra: “Solo una Potenza infinita può far sorgere dei soggetti liberi. Solo l’irriducibile alterità ontologica dell’io nei confronti della natura è in grado di liberare la libertà nel suo porsi originario, nel suo stesso sorgere.”
Libertà, dunque! Ogni scelta libera è desiderio d’essere in una data maniera. Il problema insiste, al giorno d’oggi, giacché la relativizzazione dei valori, del bene e del male, ha condotto l’uomo moderno nel limbo equidistante da ogni cosa.
Diciamolo chiaramente, una volta per tutte. Non esiste nulla di relativo, non esistono scelte morali equiparabili o neutre; una scelta è una scelta, e le conseguenze sono da addebitare alla scelta stessa. Il relativismo etico non è altro che la pillola da indorare per proteggere la dittatura del laicismo; è la crisi del pensiero che implode su se stesso, incapace di ammirare la realtà.
Ai nostri giorni, avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, è ritenuto fondamentalismo e come tale da combattere e rigettare. L’unico atteggiamento di “tendenza” è quello del lasciarsi trasportare dalla corrente, un po’ di qua ed un po’ di là; il vociare continuo dei profeti moderni insiste nell’affermazione: “tutte le dottrine sono uguali, nessuna può avere la pretesa di validità assoluta”. La dittatura del relativismo non riconosce nulla come definitivo ed accetta, come unica misura, solo il proprio io e le sue voglie. La tracotante violenza, con cui è imposto il verbo relativista, non lascia spazio a qualsivoglia interpretazione differente. Oggi o si è relativisti, o non si è; meglio ancora, non si ha diritto ad essere.
Sarebbe sciocco sottolineare, ma è in realtà necessario, che quando tutto si equivale, non c’è più nulla che ha valore. Il relativismo induce alla conclusione che ogni verità è una mera costruzione sociale; diviene vero, ciò che decidiamo debba esser vero; così come è giusto, ciò che la maggioranza pensa sia giusto. Secondo il pensiero corrente, la verità è il risultato di un accordo interno ad una comunità. La verità è letta a partire dalle considerazioni spazio-temporali. Nello storiccizzare la verità, però, distruggiamo la verità stessa. Se ciò che era vero ieri, oggi non lo è più, ne deriva che la verità diviene con la storia. Ma una verità diveniente è una non-verità. Per il principio di non contraddizione, non può essere contemporaneamente vero A e non-A. Se A è vero, non-A deve essere falso.
Oltretutto, si potrebbe facilmente obiettare, ai paladini del relativismo, che affermare la relativizzazione della verità è una affermazione di verità. Difatti, dire: “nessuna verità è assoluta!”, è affermare una verità o una menzogna? Oppure, affermare che: “il relativismo è l’unica forma di pensiero che permette una tranquilla convivenza civile”, è un’affermazione vera, in senso assoluto, oppure no? Se non è vera in senso assoluto possiamo scrollare le spalle e non prenderla in considerazione, giacché potremmo essere liberissimi di pensarla diversamente; di contro, se dovessimo ritenerla vera in senso assoluto, allora cadrebbe il relativismo. Il relativismo, infatti, è un artifizio linguistico; il relativismo non esiste perché per affermare una cosa abbiamo bisogno di una certezza inamovibile. Nel nostro ragionamento, una cosa, almeno, dobbiamo tenerla ferma; e se c’è un qualcosa che non diviene e può essere tenuto fermo, questo stesso qualcosa dove poggia le sue basi?
Non vale neppure il ragionamento di chi pretende di imporre il relativismo per difendere le diverse verità. Non possono esistere verità differenti. Affermando le diverse verità, perisce la verità. A questo punto, se la verità non esiste più, a cosa serve il relativismo? Il relativismo che avrebbe dovuto difendere la verità è, invece, la causa scatenante della morte della verità.
In uno scritto del 1998, il prof. Marcello Pera sosteneva: “Il relativismo parte da un dato incontestabile: la pluralità dei valori, e da una posizione anch’essa difficilmente contestabile: la non compossibilità di tutti i valori, nel senso che esiste sempre una circostanza in cui perseguire un valore (poniamo l’amicizia) è impossibile con il perseguirne un altro (poniamo la giustizia. Si pensi al caso, da seminario di Filosofia Morale, in cui un amico abbia commesso un reato sotto i nostri occhi: si deve violare l’amicizia e denunciarlo o mantenere l’amicizia ed essere complici?). Ma da queste premesse il relativismo fa discendere la conseguenza disastrosa che gli insiemi di valori, come le culture e le civiltà, non possono essere giudicati l’uno a fronte dell’altro”.
Due culture possono dialogare, possono confrontarsi e possono anche interrogarsi a vicenda, sempre in riferimento alla verità che proviene dalla storia e dalla fede. Non esiste un’alternativa a questa verità. O si vive nella verità, o si vive nella menzogna. E questo è il problema più grande della nostra epoca; l’uomo contemporaneo fa fatica a vivere nella verità perché è più comodo vivere nella menzogna, spacciando quest’ultima per una verità diversa. Va detto con estrema chiarezza che nella rincorsa a relativizzare tutto, il relativismo relativizza anche se stesso. Pertanto un pensiero relativo non può nemmeno pretendere di confrontarsi con la verità; d’altronde parte già col piede sbagliato. Il richiamo della fede è un passo fondamentale verso la verità: d’altronde, senza il vangelo il relativismo è inevitabile.
Ecco perché sono assolutamente convinto che all’origine di ognuno non vi sia il caso, ma un’Intelligenza regolatrice che conosce tutti. Questa Intelligenza decise che su mille e mille possibilità, io dovessi essere il figlio dei miei genitori. Pertanto, nessuno di noi esiste per caso o necessariamente; nessuno di noi è così perché geneticamente non sarebbe potuto essere in altro modo; ciascuno di noi è stato voluto e scelto da un’Intelligenza infinita che osiamo chiamare Dio. Di questa Intelligenza possiamo azzardare anche un attributo: Dio è Bontà infinita, giacché crea senza richieste o necessità.
Certo, non è un grandissimo passo in avanti. Si potrebbe obiettare che tante parole non servono a nulla, difatti, io non ho dimostrato alcunché. Penso, però, che solo in tal modo sia possibile salvare la libertà umana; perché se l’uomo non fosse che il banale intrecciarsi di geni, sarebbe nient’altro che un prodotto biologico necessitato. In fin dei conti, tutti noi saremmo così come siamo perché il nostro codice genetico non poteva produrre nulla di diverso: in tal modo, come potremmo dire: “io agisco, io scelgo, io desidero?”. Noi non potremmo, così, comprendere la nostra libertà se affermassimo che la nostra origine è spiegabile e biologica; se l’uomo è solo razionalità, derivata da una combinazione biologica, allora non può essere libero. E che sia libero lo dimostra la mia possibilità di decisione che, seppur inscritta in un orizzonte sub conditione, è sempre presente e del tutto attiva. Posso decidere di compiere il bene o il male, di uccidere o accarezzare, di dormire o di vegliare ed in ognuna di queste azioni sono libero di scegliere ciò che al momento considero più opportuno.
La libertà è la diretta conseguenza dell’infinita potenza dell’Intelligenza creatrice. Per dirla con Mons. Caffarra: “Solo una Potenza infinita può far sorgere dei soggetti liberi. Solo l’irriducibile alterità ontologica dell’io nei confronti della natura è in grado di liberare la libertà nel suo porsi originario, nel suo stesso sorgere.”
Libertà, dunque! Ogni scelta libera è desiderio d’essere in una data maniera. Il problema insiste, al giorno d’oggi, giacché la relativizzazione dei valori, del bene e del male, ha condotto l’uomo moderno nel limbo equidistante da ogni cosa.
Diciamolo chiaramente, una volta per tutte. Non esiste nulla di relativo, non esistono scelte morali equiparabili o neutre; una scelta è una scelta, e le conseguenze sono da addebitare alla scelta stessa. Il relativismo etico non è altro che la pillola da indorare per proteggere la dittatura del laicismo; è la crisi del pensiero che implode su se stesso, incapace di ammirare la realtà.
Ai nostri giorni, avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, è ritenuto fondamentalismo e come tale da combattere e rigettare. L’unico atteggiamento di “tendenza” è quello del lasciarsi trasportare dalla corrente, un po’ di qua ed un po’ di là; il vociare continuo dei profeti moderni insiste nell’affermazione: “tutte le dottrine sono uguali, nessuna può avere la pretesa di validità assoluta”. La dittatura del relativismo non riconosce nulla come definitivo ed accetta, come unica misura, solo il proprio io e le sue voglie. La tracotante violenza, con cui è imposto il verbo relativista, non lascia spazio a qualsivoglia interpretazione differente. Oggi o si è relativisti, o non si è; meglio ancora, non si ha diritto ad essere.
Sarebbe sciocco sottolineare, ma è in realtà necessario, che quando tutto si equivale, non c’è più nulla che ha valore. Il relativismo induce alla conclusione che ogni verità è una mera costruzione sociale; diviene vero, ciò che decidiamo debba esser vero; così come è giusto, ciò che la maggioranza pensa sia giusto. Secondo il pensiero corrente, la verità è il risultato di un accordo interno ad una comunità. La verità è letta a partire dalle considerazioni spazio-temporali. Nello storiccizzare la verità, però, distruggiamo la verità stessa. Se ciò che era vero ieri, oggi non lo è più, ne deriva che la verità diviene con la storia. Ma una verità diveniente è una non-verità. Per il principio di non contraddizione, non può essere contemporaneamente vero A e non-A. Se A è vero, non-A deve essere falso.
Oltretutto, si potrebbe facilmente obiettare, ai paladini del relativismo, che affermare la relativizzazione della verità è una affermazione di verità. Difatti, dire: “nessuna verità è assoluta!”, è affermare una verità o una menzogna? Oppure, affermare che: “il relativismo è l’unica forma di pensiero che permette una tranquilla convivenza civile”, è un’affermazione vera, in senso assoluto, oppure no? Se non è vera in senso assoluto possiamo scrollare le spalle e non prenderla in considerazione, giacché potremmo essere liberissimi di pensarla diversamente; di contro, se dovessimo ritenerla vera in senso assoluto, allora cadrebbe il relativismo. Il relativismo, infatti, è un artifizio linguistico; il relativismo non esiste perché per affermare una cosa abbiamo bisogno di una certezza inamovibile. Nel nostro ragionamento, una cosa, almeno, dobbiamo tenerla ferma; e se c’è un qualcosa che non diviene e può essere tenuto fermo, questo stesso qualcosa dove poggia le sue basi?
Non vale neppure il ragionamento di chi pretende di imporre il relativismo per difendere le diverse verità. Non possono esistere verità differenti. Affermando le diverse verità, perisce la verità. A questo punto, se la verità non esiste più, a cosa serve il relativismo? Il relativismo che avrebbe dovuto difendere la verità è, invece, la causa scatenante della morte della verità.
In uno scritto del 1998, il prof. Marcello Pera sosteneva: “Il relativismo parte da un dato incontestabile: la pluralità dei valori, e da una posizione anch’essa difficilmente contestabile: la non compossibilità di tutti i valori, nel senso che esiste sempre una circostanza in cui perseguire un valore (poniamo l’amicizia) è impossibile con il perseguirne un altro (poniamo la giustizia. Si pensi al caso, da seminario di Filosofia Morale, in cui un amico abbia commesso un reato sotto i nostri occhi: si deve violare l’amicizia e denunciarlo o mantenere l’amicizia ed essere complici?). Ma da queste premesse il relativismo fa discendere la conseguenza disastrosa che gli insiemi di valori, come le culture e le civiltà, non possono essere giudicati l’uno a fronte dell’altro”.
Due culture possono dialogare, possono confrontarsi e possono anche interrogarsi a vicenda, sempre in riferimento alla verità che proviene dalla storia e dalla fede. Non esiste un’alternativa a questa verità. O si vive nella verità, o si vive nella menzogna. E questo è il problema più grande della nostra epoca; l’uomo contemporaneo fa fatica a vivere nella verità perché è più comodo vivere nella menzogna, spacciando quest’ultima per una verità diversa. Va detto con estrema chiarezza che nella rincorsa a relativizzare tutto, il relativismo relativizza anche se stesso. Pertanto un pensiero relativo non può nemmeno pretendere di confrontarsi con la verità; d’altronde parte già col piede sbagliato. Il richiamo della fede è un passo fondamentale verso la verità: d’altronde, senza il vangelo il relativismo è inevitabile.
alessandropertosa
1 commenti (clicca qui e scrivi/vedi i commenti):
D'altronde...LA VERITA' CI RENDE LIBERI!che non è "solo" una citazione ma è sperimentabile!Provate!
Grazie Alessandro per il tuo intervento impegnato e impegnativo che ci ridesta animo e mente, e -mi auguro- anche il cuore, che ci riachiama al coraggio della Verità, al coraggio di essere veri.
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